SCATENI. Favori ai potenti per sigari e champagne


Articolo pubblicato il: 14/02/2018 15:04

E voilà, ecco servita su un piatto d’argento la testa di Benyamin Netanyahu, il duro dell’espansionismo israeliano in danno della Palestina, l’usurpatore di Gerusalemme capitale di Israele, il potente amico di Trump, tycoon consapevole dell’influenza finanziaria degli ebrei nell’economia americana. La polizia del suo Paese toglie dalla sua faccia di ras la maschera della credibilità e la sostituisce con l’identikit di uno dei tanti corrotti che sono al potere. Netanyahu è doppiamente inquisito. L’accusa numero uno gli imputa lo scambio di favori con ricchi uomini d’affari compensati con lauti regali: casse di costosi sigari, fiumi di champagne. La seconda accusa indaga l’accordo con Mozes, editore del “Yedioth Ahronot” teso a danneggiare il quotidiano rivale Israel Hayom a fronte di un “trattamento di favore” all’esecutivo di cui è capo. In parole chiare, un sistema di interscambio per mettere il bavaglio alla stampa critica nei confronti del suo governo e comprare la benevolenza della testata concorrente. Ad annunciare l’apertura delle indagini è Micky Rosenfeld, portavoce della polizia israeliana. Come accade per tutti i potenti colti con le dita nella marmellata, anche Netanyahu si proclama innocente e, in coerenza con l’affermazione, rifiuta di dimettersi, se la prende con il capo della polizia Roni Alshiekh, lo accusa di parzialità. L’interessato replica in televisione che soggetti potenti sono mandanti di investigatori privati per gettare discredito sugli agenti impegnati nelle indagini. Si dà il caso che dalla difesa Netanyahau passi all’attacco e convochi uno staff di legali pe la sua difesa. Evidentemente ha di che temere. Il suo ricorso, nel tentativo di bloccare la pubblicazione delle conclusioni a cui è arrivata la polizia, è stato respinto dalla Corte Suprema.

Molestie, violenze fino all’estremo del femminicidio: un insieme di trogloditica brutalità, ignobile abuso del presunto diritto a considerare la donna una “cosa” da possedere a proprio, esclusivo piacimento.

Sette giovinastri, contigui a un clan camorristico di Marano, alle porte di Napoli, segregarono una ragazza per un mese e ne abusarono a turno. Durante il processo i difensori sventolarono una mazzetta di soldi davanti agli occhi della madre, una povera donna che tanto denaro non aveva mai visto in vita sua. Accuse ritirate.

Altro processo a Firenze, imputati due carabinieri accusati di aver stuprato due ragazze americane. Una delle incredibili domande dei difensori dei carabinieri: “Aveva la biancheria intima?” che corrisponde a un meno esplicito, ma latente “Puttanella, c’è stata, eh?” Ancora: “E’ la prima volta che è stata violentata?”, “Cosa diceva esattamente la sua amica quando urlava? Erano urla di parole o di dolore?”, “Prima di arrivare al rapporto sessuale non si era scambiata nessuna effusione con Camuffo, effusioni consensuali e reciproche?”, “Lei trova affascinanti, sexy gli uomini che indossano una divisa?”.

Che il poliziotto di turno, delegato a raccogliere la deposizione di una giovane violentata le si rivolga con la provocazione “Dì la verità, ci sei stata…” è purtroppo accaduto ed è molto grave, ma che si comportino analogamente avvocati in un’aula di tribunale è davvero uno scandaloso segnale di degenerazione.

 

Luciano Scateni





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