Riceviamo e pubblichiamo il racconto dell'esperienza di Alfredo, studente aversano rimasto bloccato a Dubai nei primi giorni della guerra tra Usa e Israele ed Iran: "Diario di un viaggio che non dimenticherò: "Da simulazione diplomatica a lezione in tempo reale di geopolitica” Mi trovo a Dubai insieme a circa duecento ragazzi miei coetanei, studenti provenienti da licei di tutta Italia, dalla Sicilia al Veneto. Stiamo partecipando a un programma di studio “L’Ambasciatore del Futuro”, un progetto di simulazione dei processi diplomatici sul modello ONU, organizzato dalla società WSC Global Italia. Ognuno di noi rappresenta uno Stato e, come in una vera commissione delle Nazioni Unite, discutiamo per individuare soluzioni geopolitiche migliori, costruire nuovi equilibri e confrontarci attraverso il linguaggio e le regole della diplomazia internazionale, applicando le procedure ONU in un contesto sociale ed economico inclusivo come quello degli Emirati Arabi Uniti. Siamo stati accolti da Dubai, una città che colpisce subito per l’efficienza, l’ordine e il senso di sicurezza. Una città che riesci a sentire immediatamente tua, aperta, diretta, priva di inutili sovrastrutture. Sono entusiasta: le giornate scorrono tra esperienze in commissione diplomatica e nel deserto o visite alla capitale e alla grande moschea. Non sono mancati momenti di svago tra noi ragazzi, con uscite serali che ci hanno permesso di condividere esperienze autentiche con giovani emiratini, vivendo serate intense e indimenticabili. Solo poche ore prima ci trovavamo all’hotel Fairmont Palm Jumeirah, successivamente colpito da frammenti di missili. Fino a poco tempo prima vivevamo momenti di assoluta spensieratezza con i nostri coetanei. È in quei momenti che realizzi come la vita possa offrirti tutto in un istante e, subito dopo, ricordarti quanto tutto possa cambiare improvvisamente.
Le attività della commissione diplomatica si sono svolte presso l’hotel in cui alloggiavamo, il Le Méridien Dubai Hotel & Conference Centre, lo stesso luogo che avrebbe fatto da sfondo a un’ulteriore esperienza inattesa. In poche ore siamo passati dalla simulazione diplomatica a una vera e propria lezione di geopolitica in tempo reale. L’hotel si trova in una zona adiacente all’aeroporto di Dubai, un’area normalmente sottoposta a controlli stringenti e tra le più sorvegliate della città. Finché il quadro resta quello attuale, si tratta di uno dei punti più vigilati. Le narrazioni che parlano di una metropoli paralizzata o isolata non rispecchiano ciò che stiamo vivendo. Come spesso accade in situazioni di crisi, alcune persone reagiscono con forte apprensione, mentre altre riescono a mantenere lucidità. In questa fase il rischio principale è soprattutto psicologico, alimentato da informazioni frammentarie o amplificate, più che da un pericolo concreto. Dopo la sospensione dei voli, siamo stati temporaneamente redistribuiti in strutture diverse per mancanza di disponibilità, con il gruppo diviso in più alberghi. Durante le notti è scattato più volte l’allarme sui telefoni che segnalavano un possibile attacco. Ci siamo radunati nelle aree riallocate ad uso bunker. La percezione oscillava continuamente tra momenti di calma e improvvisi picchi di tensione. I boati si sentono in città e la caduta di frammenti è un fenomeno reale. Nella mattinata dopo il primo attacco da parte dell’Iran, il Console italiano ha raggiunto personalmente la struttura e ha coordinato una soluzione che ha permesso di riunirci tutti nello stesso hotel riducendo disagi e consentendoci un livello di sicurezza più alto; tale soluzione è stata possibile con il supporto economico dell’Emirato di Dubai, che ci ha messo a disposizione gratuitamente l’albergo.
Le dichiarazioni dell’Iran hanno contribuito ad aumentare la nostra tensione, rendendo le ore successive particolarmente concitate soprattutto dal punto di vista psicologico, seppur con la consapevolezza di trovarci in un contesto costantemente monitorato dalle autorità emiratine. Resto costantemente in contatto con mia madre, con i familiari, con gli amici e con le persone a me più care. Con la preside del mio istituto, Prof.ssa Adriana Mincione, che personalmente ci supporta con messaggi e telefonate di incoraggiamento. Nel frattempo, cerco informazioni, ascolto, confronto suoni: ho imparato a distinguere un’esplosione lontana da una più vicina, il rombo di un caccia in pattugliamento dal rumore secco di un drone o di un missile intercettato. Senza rendercene conto abbiamo sviluppato una sorta di competenza forzata, nata dall’abitudine e dal bisogno di comprendere cosa sta accadendo intorno a noi. Il tempo scorre tra gli alert che compaiono sugli schermi dei telefoni, le corse improvvise verso i parcheggi seminterrati allestiti come rifugi e i tentativi di sdrammatizzare tra di noi. In questo alternarsi di paura e attesa si stanno creando legami umani profondi, rapporti tenuti insieme da un filo che difficilmente si spezzerà. La sensazione è quella di essere sospesi fuori dal tempo, come se fossimo entrati in una parentesi storica che non appartiene alla nostra quotidianità. Eventi che normalmente si studiano sui libri o si leggono nei racconti del passato diventano esperienza diretta. Ci muoviamo dentro una realtà che, a tratti, fatichiamo persino a credere vera. Poi arriva finalmente la notizia che tutti aspettavamo. Il Ministro Antonio Tajani annuncia in diretta dal Senato che nelle ore successive è previsto il nostro rientro, con una partenza organizzata da Abu Dhabi. È il segnale concreto che qualcosa si sta sbloccando.
Apprendo la notizia da mia madre. Sto cercando di riposare nonostante sia mattina, ormai le notti non sono più fatte per dormire davvero, ma per seguire incessantemente gli eventi che si susseguono, intervallati dalle fughe improvvise imposte dagli alert. Rimango incredulo. Dall’altra parte del telefono sento la voce di mia madre rotta dal pianto. In quel momento trovo la forza di sdrammatizzare, di rassicurarla, dicendole che per notizie come questa non servono lacrime, ma solo sorrisi. Cerco di riporre in fretta le ultime cose, chiudo le valigie con un misto di sollievo e incredulità. Mancano poche ore e, questa volta, sembra reale. Intanto continuano a rincorrersi voci contrastanti: si parla di un volo militare, poi di un aereo civile scortato dai caccia. I dettagli restano incerti, ma una cosa è chiara: si riparte! Arriviamo in aeroporto scortati dal Console di Dubai, dall’Ambasciatore e da una delegazione emiratina. Il viaggio in pullman ci permette di osservare i segni dei danni nell’area aeroportuale, mentre il resto della città continua ad apparire immerso in una normalità quasi surreale. Una volta in aeroporto, però, la tensione torna a farsi sentire. Viviamo attimi di forte apprensione: il volo organizzato per il nostro rientro risulta inizialmente in overbooking per i nostri amici, compagni di viaggio, 44 si ritrovano senza biglietto. Gli animi si accendono, ogni piccolo imprevisto sembra amplificato dalla stanchezza e dalla paura accumulata. Il Console con il supporto della struttura emiratina interviene immediatamente e, con grande fermezza, riporta la situazione sotto controllo, permettendo a tutti noi di salire a bordo. È un momento delicato, che ancora una volta ci scuote. Finalmente saliamo sull’aereo. Siamo seduti, pronti alla partenza. Controlliamo la rotta e realizziamo che sorvoleremo Paesi confinanti con aree di guerra. La paura non resta del tutto a terra, ci accompagna ancora per qualche ora. Il tempo scorre lentamente, ma con il passare delle ore cresce una certezza nuova: stiamo davvero tornando a casa.
Quando atterriamo, l’emozione esplode. Intoniamo tutti insieme l’inno nazionale, in un canto liberatorio e spontaneo. L’ultima strofa, “siam pronti alla morte”, assume improvvisamente un significato più profondo, carico di consapevolezza e gratitudine. È un momento che difficilmente dimenticherò. Al gate ci accoglie un referente governativo, che sottolinea l’impegno profuso dalle istituzioni italiane per garantire il nostro rientro in completa sicurezza. Provo un sincero senso di riconoscenza, sia verso il Governo italiano sia verso quello degli Emirati Arabi Uniti, che hanno gestito una situazione complessa con equilibrio e responsabilità, in linea con i valori che, da italiano, sento profondamente miei. Dopo i controlli, usciamo dall’area arrivi. Ad accoglierci ci sono gli applausi della stampa e, soprattutto, i nostri genitori. Rivedere mia madre, stringerla forte, poter finalmente lasciar andare la tensione e la paura accumulate negli ultimi giorni è un’emozione unica, difficile da descrivere. Un abbraccio che ho sempre percepito come scontato, questa volta non lo era più. In quel momento capisco davvero che tutto è finito. Concludo questa esperienza con una consapevolezza nuova: la forza non si misura nell’uso della violenza, ma nella capacità di non esercitarla. In questi giorni ho compreso che il vero potere sta nella responsabilità, nella scelta di difendere senza colpire. La risposta degli Emirati Arabi Uniti, fondata esclusivamente sulla protezione e mai sull’attacco, è stata una lezione silenziosa ma potentissima, una di quelle che non si imparano sui libri. È un insegnamento che porterò con me ben oltre questo viaggio. In mezzo alla paura, all’incertezza e alla tensione, ho visto cosa significa mantenere equilibrio, lucidità e misura anche quando tutto intorno sembra spingere verso l’escalation.
Questa esperienza, iniziata come un progetto di studio e trasformatasi in una lezione di vita, resterà impressa in me per sempre. Non solo per ciò che ho vissuto, ma per ciò che ho imparato a comprendere. Gli amici con cui ho condiviso questa esperienza di vita indimenticabile, Ugo compagno di classe, Edmondo, Federico e Andrea compagni di camera, faranno parte dei miei ricordi indelebili".
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