SCATENI. Il pericolo numero uno






Articolo pubblicato il: 18/03/2019 17:31:36
Ultimo aggiornamento articolo: 18/03/2019 17:31:36

E’ evidente a tutti, o meglio, a molti. L’improvvisata combriccola, messa insieme dalla furbizia del comico genovese, che ha costruito con mestiere il simulacro di un movimento politico attingendo alla satira, si va sciogliendo come neve al sole. Perde pezzi, contestata dall’interno, paga l’improvvisazione del suo vertice con ripetute batoste leghiste, assiste impotente allo sgretolarsi di un velleitario e per molte ragioni irrealizzabile progetto elettorale. Lo erode eroso la tracotanza dell’alleato di governo, la sotterranea minaccia del Carroccio di chiudere in anticipo la legislatura, ipotesi che terrorizza i 5Stelle, in costante calo di consensi. Una delle poche cose chiare a Di Maio e ai compagni di cordata, assurti al dignità di ministri o premiati con incarichi politici, è la consapevolezza che una nuova consultazione elettorale li spazzerebbe via.

Sembra averlo capito lo staff che affianca Nicola Zingaretti. A proposito, i dati ufficiali delle primarie lo accreditano del 66% di preferenze. In particolare Gentiloni, eletto presidente del Pd, spara a zero sulla Lega e l’incredibile consenso che i sondaggi continuano a riconoscere a Salvini. Il pre Zingaretti dei dem aveva focalizzato i 5Stelle come il nemico da demolire, senza prevedere il contemporaneo vantaggio regalato al Carroccio. E’ in autentica virata di bordo la barca Pd?

Gli scazzi (scusate il termine non precisamente da educande) condiscono il piatto servito ogni giorno al tavolo del governo gialloverde. Normalmente sarebbe inverosimile contare così numerosi terreni di scontro tra alleati. Non per Di Maio e Salvini che riescono quotidianamente a scannarsi. L’ultimo contendere ha per oggetto la cosiddetta Flat Tax. Di Maio: “Costerebbe 60 miliardi” (pari all’importo di tre manovre finanziarie, ndr). Salvini: “Balle, solo una dozzina di miliardi”. Restano in piedi il ‘no Tav’ grillino e il ‘sì Tav’ leghista, le schermaglie sul decreto sicurezza, l’autonomia regionale, l’idea di famiglia, la ‘Via della seta’, lo sblocca cantieri, la partecipazione di Salvini al congresso omofobo di Verona sulle Famiglie e tanto altro, ma guai a ricordarlo, i due duellanti smentiscono e in ginocchio, uno di fronte all’altro, si giurano eterno amore.

Gilet gialli? Sempre meno. Teppaglia nera quella che si è infilata nella protesta dei francesi e ha trasformato le rivendicazioni in un inferno di violenza inaudita, senza giustificazione. Non era impossibile un’adeguata risposta ai primi sintomi di degenerazione, ma è passata quasi sotto silenzio la strumentalizzazione della destra di Marine Le Pen che ha cavalcato la contestazione e l’ha inasprita con elementi di sommossa. In questa fase, mal controllata dal governo, si sono innestati i raid dei black bloc e Parigi ha subito la loro azione devastante.

La domanda di sempre: ma quanti sono questi incappucciati, che sena risolutivo contrasto mettono a ferro e fuoco Parigi o Roma, Berlino? Non è verosimile che le forze di polizia, impegnate con mezzi e numeri adeguati, non siano in grado di isolarli e impedire lo scempio urbano. Manca evidentemente la decisione di isolarli, circondarli, catturarli e processarli per direttissima. In questo frangente il monito va alla Francia, ma in generale all’Italia e a ogni altro Paese della Ue.