SCATENI. Sfida all'ultimo schiaffo


Articolo pubblicato il: 07/04/2019 17:05:20
Ultimo aggiornamento articolo: 07/04/2019 17:05:20

E’ fugato ogni dubbio residuo sulla reiterata “parzialità” di chi è designato ad arbitrare gli incontri della Juventus, che di suo è una potenza calcistica e non avrebbe bisogno di regali arbitrali. Dell’ultimo scandaloso favoritismo pro Juve è stato protagonista ieri sera l’arbitro Michael Fabbri, che dopo una fase di rodaggio nel calcio minore è diventato internazionale.  Ieri ha diretto Juventus-Milan e ha spianato la strada alla vittoria della squadra bianconera con due determinanti decisioni a lei favorevole. Primo tempo, minuto 34: un cross dalla destra di Calhanoglu è deviato in area, con un braccio, da Alex Sandro. I ripetuti replay, il ralenti, non lasciava dubbi. Il fallo ha interrotto un’azione del Milan che si poteva concludere in gol. Fabbri visiona a lungo le immagini scandite dal Var e la sensazione è che prenda tempo per negare, “chissà perché” l’evidentissimo rigore. Poi glissa su un successivo, stavolta non clamoroso contatto tra Mandzukic e Castillejo nell’area juventina, ma il colmo della faziosità lo tocca nel finale del match. Il solito Mandzutich atterra Romagnoli in piena area di rigore bianconera e l’ineffabile Fabbri ignora il fallo. Conclusione: sbaglia chi lo fa arbitrare, perché è incapace, è un tifoso della Juve o…peggio…puntini di sospensione, per non rischiare una querela.

L’ora ics del redde rationem elettorale per le europee si avvicina con tutto il suo carico di incertezze e i toni della schermaglia tra competitor s’accende di torni da scaricatori di porto, ai quali chiediamo scusa per la citazione impropria, dal momento che sono verbalmente molto più sobri di gente come Salvini e Di Maio, intenti a svilire i rispettivi ruoli con insulti no stop. Il grillino accusa il leghista di allearsi con la destra antisemita, quella neonazista che nega l’olocausto e in risposta riceve l’invito a lavorare. Da che pulpito? Di Maio risponde a Salvini di guardarsi allo specchio e provare a giustificare tutto il tempo che perde in giro per l’Italia a fare selfie. Del ministro dell’ambiente Costa, messo sotto accusa sui temi di sua competenza da Salvini, la replica al veleno è “Prima di criticarmi deve studiare”. Lo xenofobo, razzista e neofascista vice premier del Carroccio, riceve un potente “gancio” al mento, da ko, sferrato dalla Confindustria, che con percentuali di otto su dieci boccia il governo gialloverde. L’Ocse conferma: la crescita dell’economia italiana, ammesso che si possa chiamare così, è vicina a un fallimentare 0,2 percento. Conte, che di economia capisce quanto un prossimo chef diplomato all’Istituto alberghiero, continua a ripetere, con un sorriso da incosciente stampato sulle labbra, che navigheremo tra sei mesi nell’opulenza.

Si fa sentire Zingaretti: “Mi colpisce la dichiarazione di Di Maio sulla gravità dell’alleanza di Salvini con i partiti neonazisti. Ritengo anche più grave che Di Maio permetta a un personaggio del genere di fare il ministro dell’interno. E comunque, le loro liti sono solo un teatrino. Salvini regge la poltrona a Di Maio e Di Maio regge la poltrona a Salvini. Che si dimettano, l'Italia merita di più. Voltiamo pagina e facciamo ripartire il Paese”.

Assorbito dalla razzia dei posti di potere (al pari di Salvini che con lui li ha monopolizzati in toto), Di Maio, in chiave vendicativa, licenzia il garante della privacy Soro, che ha osato multare (50mila euro) la piattaforma Rousseau di Casaleggio, perché non garantisce segretezza e sicurezza del voto dei grillini. Ovvero, che può manipolarli a suo piacimento. L’ “irreprensibile” Di Maio giustifica l’epurazione così: “E’ del Pd, va cambiato”. E a proposito del Pd, con riferimento al lupo, che perde il pelo, non il vizio, i dem, di cui è segretario Zingaretti, sudano sette camicie per ricomporre il puzzle della sinistra disgregata. D’Alema (toh, chi si rivede?), chiede al segretario qualcosa di sinistra. Rosato, zingarettiano, replica che i fuoriusciti sono poca cosa, un misero 1% e non c’è motivo di recuperarli. Il sindaco di Ravenna non è d’accordo ma chiede ai bersaniani nomi e volti nuovi. La via crucis del movimento, che dovrebbe tornare a competere con chi ci s-governa, è appena alle prime stazioni di un faticoso calvario.