Questo il comunicato stampa diffuso dal Consigliere comunale di Aversa (Pd) Mauro Baldascino:
"UN PARCO NON È UN'AZIENDA, UN PARCO NON È UN LOCALE CON GLI ALBERI INTORNO. Riflessione aperta alla città di Aversa sull'idea di bene comune che abbiamo (o non abbiamo)
Il Sindaco ha annunciato con entusiasmo - si legge nel comunicato - l'atto di indirizzo per la concessione dei parchi Pozzi e Balsamo. L'ha definita "un'altra bella notizia", "la soluzione più concreta e sostenibile", "un impegno mantenuto". Le parole scelte non sono casuali: efficiente, concreta, sostenibile, dignità. È il vocabolario dell'impresa applicato al verde pubblico. Quella delibera pensiamo abbia molte irregolarità tecniche e giuridiche. Ma vorrei condividere una riflessione che va oltre le questioni tecniche, i pareri mancanti, i ricorsi possibili. Cose importanti, ma che rischiano di farci perdere di vista il punto politico vero: che cos'è, per noi, un parco? Non è in discussione se i parchi vadano curati. Su questo siamo tutti d'accordo: erba tagliata, bagni puliti, sicurezza, attività per le famiglie. Nessuno vuole i cancelli chiusi o il degrado cui abbiamo assistito in questi due anni di amministrazione.
La domanda è un'altra: che idea di parco - si legge ancora nel comunicato - avete in mente? La visione del Sindaco: il parco come azienda. Nella narrazione dell'Amministrazione scritta nella delibera, il parco è una struttura complessa che richiede una gestione efficiente. E chi sa gestire in modo efficiente, accertato il fallimento del comune? L'imprenditore. Colui che apre il bar, vende i panini e le granite, paga le bollette, assume chi taglia l'erba. Un'azienda privata, insomma, che in cambio della manutenzione si tiene il diritto di fare commercio in posizione di monopolio dentro uno spazio pubblico. È una figura legittima, per carità. Ma è una figura che, per definizione, deve fare utile. Deve fatturare. Deve ottimizzare i ricavi e comprimere i costi. E quando i conti non tornano — perché piove, perché è inverno, perché la crisi morde — è inevitabile che a farne le spese sia la qualità del servizio pubblico: i bagni meno puliti, l'erba tagliata di rado, gli orari ridotti, i prezzi delle bibite che salgono. Quando le attività commerciali sono esclusive ed essenziali per la vita del Parco, se il bar chiude perché non fattura abbastanza, chiude anche il parco (è scritto nella delibera: "la chiusura resta condizionata all'attività della buvette"). Si è stabilito che non è il Comune a decidere gli orari, nell'interesse della collettività, bensì il Sindaco ha consegnato le chiavi di un bene di tutti al registratore di cassa di un privato. Entrare al Parco Pozzi o al Parco Balsamo smette di essere un diritto e diventa un'esperienza di consumo. È una visione forse “lecita”, ma non è l'unica possibile. Anzi, è una visione vecchia: quella degli anni '90, quando si pensava che il privato fosse sempre meglio del pubblico, e che un parco si misurasse in fatturato e ore di apertura.
L'altra visione: il parco come bene comune. C'è un'altra idea di parco, ed è quella - prosegue il comunicato - che noi difendiamo. Un parco non è un'azienda, è un “bene comune”. Non produce fatturato, produce benessere. Non ha clienti, ha cittadini. Non cerca il profitto, cerca la coesione sociale, l'educazione ambientale, l'inclusione, la salute. E c'è una categoria di soggetti che sa fare esattamente questo: il Terzo Settore. Cooperative sociali, associazioni culturali, ambientali, sportive. Enti che non distribuiscono utili al proprietario o agli azionisti, ma li reinvestono nella missione. Soggetti che in Italia gestiscono centinaia di parchi pubblici meglio di qualsiasi barista, perché assumono educatori che fanno doposcuola sotto gli alberi; organizzano orti didattici per le scuole; creano percorsi sensoriali per bambini con disabilità; promuovono ginnastica dolce per gli anziani; attivano biblioteche degli alberi e cinema all'aperto; inseriscono al lavoro persone svantaggiate (persone con disabilità, giovani NEET, ex detenuti); fanno educazione ambientale con le famiglie; costruiscono comunità, non clientele. Tutto questo, il Sindaco non l'ha nemmeno preso in considerazione. La sua delibera parla solo di somministrazione di alimenti e bevande, taglio dell'erba, pulizia dei bagni. Le parole "cooperativa sociale", "associazione", "educazione", "inclusione", "bene comune" non esistono proprio nell'atto di indirizzo. Eppure queste realtà non misurano il successo di un parco in scontrini battuti. Lo misurano in bambini che tornano, in anziani che escono di casa, in ragazzi che imparano un mestiere, in vicini di casa che si conoscono. Producono benessere. E lo fanno perché è la loro missione, non solo perché devono fatturare.
Il paradosso del "cambiamento". Il Sindaco parla di "nuovo futuro", di "cambiamento finalmente arrivato dopo tanti anni". Ma quale cambiamento? Affidare un parco - si legge ancora nel comunicato - ad un privato gestore di bar è la cosa meno nuova che si possa fare. È la ricetta standard di vent'anni fa, quella che ha già fallito in decine di città italiane, dove i parchi affidati ai privati si sono trasformati in locali notturni con gli alberi intorno, o sono stati abbandonati quando il business non rendeva abbastanza. Il vero cambiamento sarebbe stato un altro: aprire un tavolo con i cittadini ed il Terzo Settore aversano — e ce n'è tanto, e di qualità — (...). Perché queste realtà, che vivono e animano la città ogni giorno (...) sono state escluse a priori. La partecipazione andava promossa, chiedendo ai cittadini: come immaginate questi parchi? Cosa potremmo fare insieme? Costruire un Patto di Collaborazione, come hanno fatto centinaia di Comuni italiani. Sperimentare una gestione comunitaria, dove il parco è curato da chi ci vive intorno, non da chi ci deve lucrare. Eppure questa modalità è stata proposta di recente, proprio da una rete di associazioni (Hubitat Creativo) che ha chiesto all’amministrazione di co-progettare e definire un Patto di collaborazione per l’utilizzo del Parco Ninì Grassia e prima ancora da tante altre realtà associative per l’uso del Parco Valerio Taglione.
Perchè non avete incontrato, prima di scrivere questa delibera, le cooperative sociali, le associazioni, i comitati di quartiere, le scuole del territorio? Perché non avete chiesto loro - prosegue il comunicato - cosa potrebbe diventare quel parco? (...) Perché da questa risposta dipende molto del futuro dei nostri spazi pubblici. E, in fondo, del tipo di città che vogliamo essere. Questo sarebbe stato innovativo. Questo sarebbe stato davvero "un nuovo futuro". Una domanda semplice. Chiediamoci, da cittadini, una cosa sola: che parco vogliamo per i nostri figli? Vogliamo un parco che è l'appendice di un bar, dove si entra per consumare e si esce quando il gestore abbassa la saracinesca? Oppure vogliamo un parco che è il cuore vivo del quartiere, dove si impara, si gioca, si incontra, si cresce insieme, indipendentemente da quanti soldi hai in tasca? Noi sappiamo da che parte stare. E crediamo che Aversa meriti di meglio di un bar con le panchine intorno. I parchi sono nostri. Di tutti. E i beni comuni si curano con la comunità, non con la cassa del bar. Una riflessione e una mobilitazione pubblica su questi temi è diventata urgente".
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